In trepida attesa degli interventi per la crescita

Appartengo tuttora alla categoria dei supporter più entusiasti del governo Monti e del suo dolce stil novo. Fuori gioco, per ora e spero per sempre, i La Russa, i Gasparri, i Bertolaso, i Calderoli & C. ho esclamato – e confermo –  W i tecnici, W la professionalità, W la serietà e W la rettitudine. Aggiungo che i primi passi d questo governo sono stati per me davvero esaltanti, sia sotto il profilo delle scelte di merito che sotto quello della forma, niente affatto secondaria, ispirata ad una eccitante sobrietà. Il popolo italiano ha felicemente accolto i pesantissimi sacrifici subito annunciati e prontamente attuati. Tutti abbiamo compreso e condiviso che si stava intervenendo pesantemente, con scelte quasi obbligate, in via d’urgenza e dove si poteva, per salvare il paese da un indecoroso, drammatico fallimento.

Ma devo esprimere un po’ sconcerto sul fronte della tanto annunciata fase due dell’azione di governo, quella volta alla crescita, senza la quale i grandi sacrifici richiesti a tanti cittadini italiani viene a perdere non piccola parte del suo stesso significato. Anzi, quando ho sentito l’inespressiva, quanto autorevole, voce del Presidente Monti annunciare che, per finanziare la Protezione Civile, aveva pensato a una nuova accisa di 5 centesimi al litro sui carburanti, non mi sono sentito tanto bene.

Sento insomma che l’hic et nunc degli italiani, soprattutto di quelli che le tasse le pagano per davvero, non è quello che vorrei. Le riforme sono pensate per il lungo termine, sono profonde, incideranno in modo decisivo nello stesso tessuto culturale del paese, aiuteranno i giovani a…., ma intanto il Paese sta morendo, i risparmi di generazioni si vanno estinguendo, le aziende stanno chiudendo accrescendo in tal modo il maelstrom recessivo. Parlando proprio alla buona queste sono le cose che mi vengono in mente.

  1. Mi pare che sul rilancio della spesa per opere infrastrutturali sono tutti d’accordo: se ne parla da tempo e i fatti sono proprio pochi. Occorrerebbe dare finalmente l’annunciato boost al motore nei tempi più rapidi.
  2. Credo sia molto importante (oltre che altrettanto equo) detassare da subito i redditi più bassi: foss’anche in maniera simbolica all’inizio, ma andrebbe fatto. Si potrebbe alzare ancora qualche aliquota sui redditi più alti, prelevare un contributo di solidarietà sulle pensioni di una certa rilevanza, intaccare qualche privilegio dei parlamentari, ridurre dell’x%, al buio, tutte le consulenze pubbliche a pena della certezza di un loro mancato rinnovo, dare finalmente corpo alla spending review e adottare subito dei provvedimenti positivi. Con 800 miliardi di spesa pubblica è evidente che il nodo risiede principalmente su questo fronte. Del resto il settore privato ha dovuto e deve continuamente ristrutturarsi per rimanere al passo coi tempi mentre l’innovazione, la riorganizzazione e l’adeguamento dei processi nel settore pubblico languono ab aeterno o giù di lì?
  3. Sulla riforma dell’art. 18 si è fatto un gran pasticcio e, soprattutto, tanto fumo per nulla. Il vero problema del lavoro, a mio parere, risiede nel gigantesco squilibrio tra i giovani precari e i lavoratori garantiti. Un problema crescente, che premia le aziende più ‘furbe’ e punisce le più corrette e che lascia aperto anche un preoccupante terreno di scontro sociale nient’affatto da sottovalutare. La mia testa arzigogola su questa idea: ma non si potrebbe mettere sul tavolo qualche soldino pubblico, bussare leggermente alla porta di Confindustria e anche chiedere qualcosina ai lavoratori garantiti (che so: un paio di quei tanti giorni di ferie che ormai più nessuno riesce a fare) e su queste risorse cercare una convergenza verso un progetto riformatore innovativo, di vero respiro?
  4. Credo che le imprese, quelle che investono, che assumono, che si internazionalizzano meriterebbero sforzi seri e un autentico sostegno, a partire dall’IRAP.
  5. Un altro punto nodale è quello che riguarda il gigantesco debito pubblico che si è accumulato nei confronti del settore privato, una somma da capogiro, oltre che una situazione insostenibile ed iniqua. Anche su questo tema io credo che occorrerebbe un segnale adeguato, almeno un segnale.
  6. Sull’osceno fronte dei rimborsi elettorali/finanziamenti ai partiti un provvedimento sarebbe emblematico più ancora che opportuno. Forse le forze politiche che siedono in Parlamento e  sostengono il governo potrebbero essere tentate di fargli lo sgambetto ma io credo che in tal caso l’Italia tutta, isole comprese, sarebbe disposta a scendere in piazza.
  7. Sappiamo tutti che la lotta all’evasione resta il problema cardine. Occorre procedere speditamente, accentuando l’azione del governo, che ritengo sia stata al tempo stesso concreta e immaginifica. Senza equità la legittimazione dell’evasione diventerà ancora più endemica di oggi e temo che potrebbe addirittura prendere corpo il minacciato sciopero fiscale (spero proprio di sbagliarmi).
  8. Alienazioni del patrimonio pubblico 1. Nella mia città e di primo acchito mi vengono in mente ben tre caserme (l’amministrazione della Difesa mi perdoni) in aree spettacolari della città (corso Unione Sovietica, via Asti e via Cernaia) che io credo troverebbero subito acquirenti. Non ho ragione di dubitare che sia così in ogni provincia italiana e non solo, evidentemente, per gli immobili della Difesa. Sarebbe questo un criterio diverso dalle complesse e interminabili procedure usate sino ad ora. Perché non esitare il patrimonio dello Stato selezionandolo sulla base della sua immediata vendibilità? A me non parrebbe una cosa impossibile. I Fondi immobiliari al mondo non sono certo pochi; si potrebbe davvero fare in fretta.
  9. Alienazioni del patrimonio pubblico 2. Mi piange il cuore a dire quello che sto per dire, ma quelle decine di migliaia di opere d’arte che da innumeri lustri giacciono invisibili nei caveau dei nostri musei non potrebbero essere anche in minima parte vendute? Sembra una bestemmia, lo so, ma penso anche che alcuni musei di arte italiana nel mondo (non so: nel BRIC, in Giappone, in Canada, dove altro?) non potrebbero che fare del bene alla nostra immagine e al nostro export. E restituirebbero anche ad un pubblico godimento delle opere d’arte che, loro stesse per prime, non avrebbero mai creduto di meritare l’amaro destino loro toccato. E poi, in cauda venenum, si preserverebbero definitivamente quei grandi capolavori da inondazioni e bombe mafiose.
  10. La Banca Centrale Europea ha, come si usa dire con macabra espressione, ‘iniettato’ una grande massa di liquidità nel sistema bancario europeo, mi pare 250 miliardi di euro, che non sono bruscolini. Le banche pagano alla BCE l’1% di interesse e che fanno a loro volta? Reimpiegano in titoli di stato, sostengono il debito sovrano e intanto, col differenziale degli interessi, si patrimonializzano. Ma, così operando, per il credito alle imprese non restano che le briciole. Insomma, come è possibile che le più fondamentali esigenze del mondo produttivo siano così neglette? Un vero disastro. Sul fronte delle banche qualcosa andrà pur fatto; che so: stipendi normali, riduzione di sprechi, abolizione dei Consigli di Sorveglianza, qualche seria ristrutturazione. E poi se ne dovesse saltare una per aria, foss’anche la più antica, non sarà mica la fine del mondo!
  11. E, per restare nei paraggi, devo dire che a me fanno venire degli insani appetiti gli enormi patrimoni delle Fondazioni bancarie, il cui reddito viene di norma sprecato in mille rivoli inutili, nel sottobosco di parenti e amici e nel sostegno indiretto alla politica. Si spendano pure – anzi: penso che sia doveroso – i denari provenienti dalle Fondazioni bancarie nelle stesse regioni da cui essi provengono, ma non si potrebbe concentrare la spesa sulla negletta assistenza sociale, sui grandi investimenti per la sanità, sui più importanti beni culturali. Un uso massiccio e non frammentato, continuo e non casuale, mirato e non dispersivo, duraturo e non episodico, di queste ingenti risorse sarebbe assai più utile per le collettività dei territori di quello attuale.
  12. Per finire mi viene in mente un pensiero del tutto provocatorio. Perché non affrontare il tema degli sterminati beni della Chiesa? Ma, per questo, ci vorrebbe Napoleone Bonaparte.
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Qualche nota a contorno delle dimissioni di Bossi

Le considerazioni che ho scritto il 5 aprile scorso, proprio mentre il senatùr stava rassegnando le sue dimissioni, sono continuamente rincorse dagli eventi. La vicenda continua e continuerà incalzante: si vedrà, vedremo, seguiremo, sapremo, cercheremo di capire. È di oggi la notizia che il rampollo Renzo si è dimesso dal Consiglio Regionale della Lombardia perché si sarebbe ‘stufato’, aggiungendo così, all’ignominia della nomina, quella delle ipotizzate malversazioni e ora quella di una indecente volgarità. Ma non c’è discorso che tenga, caro giovanotto, si consoli: quella che lei ha ricevuto non è nient’altro che una poderosa, per di più familiare, pedata nel sedere! E senta il mio consiglio: si abitui perché probabilmente è solo la prima di una serie, cui ci perdonerà se assisteremo con una dimensione di carità cristiana meritevole al più di un voto appena sufficiente.

C’è un paio di brevi chiose che vorrei aggiungere.

Debbo confessare che, nelle prime ore, le dimissioni di Bossi un po’, appena appena, mi hanno colpito, per la loro tempestiva rapidità e per certe frasi, percepite qua e là, smozzicate, che non mi erano parse del tutto indecenti. Molta parte della classe politica, soprattutto di destra ma non solo, aveva apprezzato quelle dimissioni immediate del senatùr, fatto in se certamente lodevole soprattutto perché trattavasi di un gesto del tutto inusitato, e su quel beau geste si era essenzialmente soffermata. Ma a miei occhi le dimissioni non cancellano la “colpa”: culpa in vigilando, colpa politica, personale, familiare, ecc. Voglio dire che, anche nei processi giudiziari (absit), se l’imputato confessa la pena si attenua, ma non viene cancellata, per la  semplice ragione che il ‘reato’, e con esso tutti i danni che ha provocato, resta intatto. Ma non mi sembra poi che i passi successivi a quelle ‘prime’ dimissioni siano stati nella direzione della coerenza; mi pare piuttosto che quel momento di apparente rigore non sia stato altro che una parentesi, una brevissima parentesi, forse un errore (anche politico), calata come per caso nella abituale, becera consuetudine.

Sento poi – e non proprio a margine – di dover riferire della forte impressione che ho avuto guardando in più occasioni la TV: certo che i volti di tutti quei tanti militanti che ho visto sullo schermo, traditi, assorti, increduli e sofferenti a me hanno lasciato un segno. Si perché ho constatato ancora una volta, in modo inequivocabile, che la fede irrazionale, assoluta, inconcussa, indisponibile, continua a rimanere, anche nei mondi che dovrebbero essere essenzialmente laici, una forza imponente dell’agire degli individui. Quei volti che si offrivano, al contempo sereni e dolentissimi, agli impietosi occhi delle telecamere mi hanno fatto pensare a quelli che dovevano essere – 2 millenni fa – i volti intemerati dei martiri nell’arena, indifferenti, inconsapevoli, incoscienti di ogni possibile simonia. Ma l’antinomia è destinata a durare per sempre. Nel libro che sto leggendo ho trovato per caso (un inconfondibile segno divino in un destino laico) un appunto sbucato evidentemente da un lontanissimo passato, probabilmente da una delle tante lezioni di diritto che seguivo non sempre svogliatamente: ratio docet et explanat quid faciendum fugiendumve sit.

Mi resta infine di dare conto della principale curiosità che ho in questo momento: quale sarà il futuro del famigerato ‘cerchio magico’? Solo immaginarlo mi rende di buon umore, di ottimo umore.

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Via Bellerio ladrona? Il declino della Lega verso una possibile frana

Giorgio Germont, padre dell’assai più celebre Alfredo, con la sua drammatica voce baritonale, nella scena ottava del secondo atto de La Traviata canta: “Te lontano di squallor il suo tetto si coprì, di squallore di squallor…”. Nel contrappasso a me sembra che quel te non possa che riferirsi a Roma, proprio a quella Roma ladrona che la Lega aveva assunto a paradigma di una Italia ormai perduta, a cui solo la scissione della Padania avrebbe potuto garantire la salvazione del salvabile, quella Roma che – fuori gioco proprio la Lega – il nuovo governo si sta adoperando a ripulire da nani e sicofanti. Parrebbe invece che i ladruncoli, i borseggiatori e i tagliaborse si siano trasferiti in massa proprio in ecclesia, nel tempio stesso della fede leghista, consacrato dalle pure, limpidissime acque sorgenti del Po: nientemeno che nella stessa via Bellerio. Anzi proprio nel suo sancta sanctorum! Si perché nell’occhio del ciclone questa volta c’è proprio lui, il senatùr in persona, uno dei pochi uomini al mondo ad essere considerato Dio in terra: insomma più o meno come l’imperatore del Giappone. E accanto a lui naturalmente è coinvolta tutta la famiglia imperiale.

Ma andiamo con ordine.

La così detta cerchia ristretta, i Calderoli, i Castelli & C, convenuti a Pontida e paraggi, insieme alla folkloristica paccottiglia delle camicie verdi, ai Va pensiero cantati a voce spiegata, talvolta arrochita ma sempre stentorea, a quei pugni alzati così radicalmente contrastanti con quelle orrende mani sul cuore, hanno sempre continuato a mostrarci imperterriti le loro immutabili facce di bronzo. Si perché solo una faccia di bronzo può presentarsi come rivoluzionaria anche quando è al governo, per di più del tutto acquiescente ai voleri del boss (questo in fondo è stato il vero capolavoro politico della Lega!). Solo una faccia di bronzo è capace di dire di si a un provvedimento di legge quando siede sui banchi fioriti del governo, e di votare no (con una costante volgarità e una mai dimenticata violenza) a quello stesso provvedimento quando posa il suo On. deretano sugli assai più rigidi scranni dell’opposizione. È del tutto evidente infatti che la Lega sarebbe stata dura, corrucciata e determinata nel suo essere a favore dell’abrogazione dell’articolo 18 se il governo Berlusconi fosse ancora in sella e che solo la sua diversa collocazione politica di oggi ce la mostra ferocemente contraria. In compagnia del solo Di Pietro poi! Veramente ridicolo se non fosse tragico.

Poi c’è il trota, lautamente remunerato Consigliere regionale in Lombardia, al cui governo non è evidentemente in grado di apportare alcun contributo, di qualunque genere, personaggio tanto incredibile quanto imbarazzante, vero, medioevale rampollo dinastico, impagabile testimonianza dell’ottundimento della sensibilità politica del senatùr. Di positivo c’è solo che gira (e si fa accortamente fotografare) in compagnia di spettacolari schianti di ragazze perdutamente invaghite della sua forte fibra celtica, oltre che della finezza del suo ben coltivato acume. Ma corre voce che neanche in questo campo il trota sia particolarmente versato e forse è in qualche modo debitore anche lui di quell’impagabile soggetto che è la collega Consigliere Nicole Minetti. E, sempre a proposito di belle donne, immancabili – guarda un po’! – nei diversi gironi dell’entourage berlusconiano, è solo più da menzionare, senza approfondimento, il gossip della eziogenesi della patologia neurologica del padre.

Poi c’è la cronaca dell’oggi. Quell’amministratore dei beni del partito dai tratti somatici selvaggi, personaggio davvero incredibile, che Lombroso (un grande scienziato troppo presto scomparso nella reazione antipositivista dell’idealismo) avrebbe subito scelto per qualche approfondito studio frenologico, imprenditore a dir poco mancatissimo, rozzo faccendiere, capace di investire nientemeno che nel Tanzania (ma che ci fa la Lega nel Tanzania: qualcuno dovrà pur spiegarcelo no?), astuto conservatore di carte compromettenti in cassaforte.

C’è da menzionare ancora la lotta per la successione in corso da tempo all’interno della Lega, su diversi assi. Si perché tutti (o quasi) sembrano appalesarsi come fautori di una successione per linea diretta, più per volontà di Dio che della nazione, indicata da astri ed oracoli nella figura del trota; ma un uomo appena di mondo direbbe fin da ora che una rapidissima defenestrazione da via Bellerio sarebbe una delle prime cose cui dovrebbe rassegnarsi il malaccorto erede. Ma de hoc satis. Mi sembra assai più interessante cercare di capire quali forze di rinnovamento la Lega sarebbe ancora capace di esprimere, quali i personaggi meno legati alle intemperanze sostanziali e verbali dei soggetti più compromessi, quali i volti ancora presentabili, le loro competenze ed esperienze. Speriamo facciano in fretta a mostrarsi: lo dico nel loro stesso interesse.

Penso poi, sul fronte elettorale, che quel consenso più benpensante, anche borghese, anche dinamico, che la Lega era stata capace di aggregare alla originaria San Sepolcro delle valli bergamasche e bresciane, alla antica Vandea veneta, alle operose provincie nordiste, agli intemerati praticanti della fede bossiana non possa che accingersi a voltare le spalle a un messaggio che, pur nella sua sempiterna rozzezza, non aveva mancato di mostrare qualche  segno di novità, di efficienza, persino di modernità in un panorama politico totalmente sconfortante nel suo monolitico incancrenirsi.

Ma che faranno i duri i puri della Lega a questo punto? Nessuno lo può dire. Io penso che gran parte di loro andrà politicamente dispersa qua e là, che alcuni sposeranno quelle novità che la Lega stessa sarà capace di esprimere, che altri costituiranno infine degli innocui corpi paramilitari votati a presidiare i sacelli della fede bossiana. Ma che i più torneranno, seppur di malavoglia e un poco scornacchiati, alle loro occupazioni di sempre, al loro lavoro e alle loro famiglie.

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Celentano a Sanremo: roba da chiodi.

E così Adriano Celentano, da ultimo nella serata di ieri 18 febbraio, ci ha spiegato il mondo e l’universo. La fede. Come è e come non è. Quel che s’ha da fare e come si fa. Il giusto e l’ingiusto, il bene e il male.

Io sono uscito semplicemente sbalordito dal suo discorsetto da asilo Mariuccia, tanto sofisticato e complesso che solo il famoso frà Cazzo da Velletri sarebbe stato capace di intuire, profondo come una pozzanghera, di ignoranza siderea, di assoluta inconsapevolezza; esco soprattutto sbalordito da una presunzione indecente e da una ancora più indecente mancanza di rispetto.

Nel merito. Questioni teologiche assai complesse non sono proprio fatte per il nostro Adriano nazionale, che se la sbriga molto, molto frettolosamente. Il Paradiso? C’è, finito. Il “significato della vita e della morte e di quanto avviene dopo”? Lasciate ve lo dica io. “L’unica via ininterrotta” è quella di Gesù. Cosa vuol dire? Non si sa. Bisogna capire il “carattere” e “l’identikit” di Gesù. Il carattere, non so se mi spiego? Un simpaticone? Un tipo ombroso? Espansivo o timido? O addirittura un caratteraccio? E l’identikit? Statura, barba, baffi, taglio degli occhi e andatura? Ma – domando – il nostro Celentano-rock, pur da una distanza intellettuale a dir poco galattica, ha una pur minima e vaga idea di quelle che possono essere le questioni elementari, basilari di una teologia contemporanea?

Provo così, quasi a casaccio: il mistero della fede e quello della croce, la grazia, i vangeli canonici e quelli apocrifi, la parusia, la promessa, il destino dei giusti prima della rivelazione, corpo e anima, le grandi eresie che non sono diventate verità rivelata per un nulla, spesso per una qualche rivalità personale o politica, i dogmi, il profetismo, i contesti culturali, le fonti, la chiesa e le sue spaccature e potrei andare avanti per ore. Pensate a tutte la patristica, alla scolastica, all’Aquinate o, più vicino a noi, anche solo al povero cardinal Martini.

E la stampa cattolica? Che dico: la presenza stessa dei cattolici nella vita sociale e politica, da don Sturzo a De Gasperi, gli organi di stampa, gli studi approfonditi, la ricerca, il confronto ecumenico, le bibliografie infinite? No. Quelle no, ad Adriano non interessano. I giornali cattolici devono solo parlare di Dio. Fonti di questo ragionamento? Una attenta, costante visione dei programmi tv di Mara Venier e di Lilli Gruber. I cattolici si devono occupare di religione e basta. La politica la devono lasciare ad altri. Si perché l’uomo religioso, quello politico, il padre, il figlio, l’operatore economico, ecc. sono anime conviventi ma diverse, non sono capaci di fondersi, sono compartimenti stagni incapaci di generare un processo dialettico, di operare delle sintesi. Ma dov’è il problema? Basta cambiare il nome della testata. Non so, potrei provare con qualche proposta: da Famiglia Cristiana a Buona Famiglia e dall’Avvenire al Com’era una Volta può bastare? Chissà. Il nostro un giorno o l’altro ce lo farà sapere, bontà sua. Civiltà Cattolica e Monsignor Bartolomeo Sorge, solo per fare una citazione tra le tante possibili, mai sentiti nominare?

Resta comunque assodato il fatto che, almeno per ora (poi si vedrà) i cattolici devono passare ad una stampa priva di ‘ghiribizzi’, pia, edificante, divozionale. Insomma il Messaggero di Sant’Antonio potrebbe già essere un po’ osé.

Il bello di Celentano è che il pozzo nero, buio e profondo della sua ignoranza io credo sia del tutto inconsapevole. Si considera ormai (e purtroppo viene considerato tale a casa nostra anche da chi amministra pubblico denaro) un vero e proprio maitre a pénser. È un a priori. Religione, pollame, geografia, arte, maglieria, anatomia, neutrini, ecc.: è tutto uguale per il supermolleggiato nazionale, all’insegna dell’ignoranza più crassa, dell’infantilismo più fastidioso, di una  presunzione senza fine. In pratica funziona così: Celentano fa la faccia seria, alza il sopracciglio, arrotonda l’occhio, si mette di sbieco e… e vai con le cazzate!

Ancora una cosa è da dire con forza. È successo infatti che da una tribuna così alta e potente messagli a disposizione dal nostro Servizio Pubblico, il nostro Adriano parlava ai cattolici e solo ai cattolici: si perché noi siamo tutti cattolici vero? Nessuno escluso. No, salvo i vescovi, quasi dimenticavo, quelli no, sono brutti sporchi e cattivi.

Ma come si permette il nostro Celentano, ma come si può permetterglielo? E cosa succede a chi cattolico non è? Deve star lì a sentire questo furor di paccottiglia di serie Z in ossequioso silenzio? Perché nel bel mezzo di un festival canoro un utente della RAI deve essere subissato dalle affermazioni acritiche e insipienti di un poveretto che neanche immagina che possano esserci religioni diverse e che in ogni caso debbano essere rispettate? Cosa fa Adriano: tira pomodori e uova marce ai Sommi Pontefici di Santa Romana Chiesa che, in una moschea piuttosto che in una chiesa ortodossa, hanno tentato e tentano un dialogo ecumenico con un imam? E perché i mussulmani, piuttosto che i buddisti, o gli ortodossi, e anche gli indù, o gli animisti e gli sciamani non dovrebbero poter disporre di una voce altrettanto potente che partecipi altri, in così gran numero poi!, delle loro verità? Ho sentito parlare di un delirante delirio di oltre 16 milioni di ascoltatori solo in Italia!

Quante conversioni – mi domando – ha provocato Celentano dalla sua tribuna? Io penso diverse. Si perché è possibile che il suo sproloquietto abbia dato inizio ad una diaspora cattolica verso lidi di fede più acconci a gente normale. E anche per bene.

Elementi positivi? Nessuno, proprio nessuno!

Si perché l’evidente emozione che traspariva dalla sua voce recitante quei bradi e rozzi sproloqui, se pur lo riportava ad una intuibile, se non proprio necessitata, emozione, non aveva forza sostanziale ed emotiva sufficiente per poterlo perdonare.

Al contrario faceva riflettere su un altro drammatico rovescio della medaglia, rappresentato dal fatto che il nostro guru parlava in Eurovisione (per il vero non sono sicuro che il Celentano-pensiero sia stato trasmesso nell’etere di tutta Europa, ma lasciatemelo per un attimo credere). E così in tutta Europa si sarebbe potuto toccare con mano un nuovo risvolto della contemporanea Historia Patriae. Si, è proprio così: in casa Italia è possibile che una audience sterminata sia lasciata nelle mani del nulla mischiato col niente. A parlare di Dio, di Gesù, di religione, di libera stampa!

Cose da chiodi, veramente da chiodi

Complimenti ad Adriano, e che vada a c… antare in cortili che gli sono più acconci.

Ancora una cosa: arridatece don Livio Fanzaga di Radio Maria.

 Alessandro Firpo

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La Lega: un passaggio lampo dal governo all’opposizione

Vi ricordate ancora – tanti anni fa – di quel cappio sbandierato in aula da un tal on. Leoni per informare, con raffinata eleganza e sapiente misura, tutti i suoi colleghi (anche l’on. Borghezio aduso appunto a linguaggi molto semplificati) e, in generale, l’opinione pubblica (era certo che ci sarebbe stata una ripresa televisiva) del punto di vista di un giovane e “nuovo” parlamentare della Repubblica di una “nuova” forza politica a proposito della dilagante corruzione messa in evidenza dalla bomba dipietrina, denominata “mani pulite”, che stava allora esplodendo in tutta Italia? Vi ricordate quelle immagini?

Ed è proprio quello che, mutatis mutandis, sta vichianamente avvenendo in questi giorni: la Lega, con una triplice giravolta carpiata, con una faccia tosta semplicemente stupefacente, con un vero e proprio salto della quaglia, vuole ora far intendere ai più sprovveduti dei suoi supporters di aver ripreso la lena rivoluzionaria di un tempo e, sorvolando del tutto sui tanti lustri trascorsi al governo del Paese, anche alla guida di dicasteri importantissimi – su tutti (un par de ciufoli!): quello degli interni –, è in piena rivolta, dentro e fuori le istituzioni, per urlare contro Roma ladrona (città in cui è tuttora mollemente adagiata), per protestare contro il (proprio) malgoverno e per reclamare, a gran voce e con tutta urgenza, le tante riforme di cui l’Italia avrebbe bisogno e che lei stessa, pur con poderosi compagni di merende, quali non si erano mai visti – quantitativamente (e qualitativamente) – nel Parlamento della Repubblica, si è ben guardata dal fare.

Perciò, ora che il partito è passato alla più draconiana delle opposizioni, eccoci tutti ad assistere di nuovo a urla e schiamazzi leghisti in aula, a vedere La Padania titolare quotidianamente con caratteri cubitali non si sa se più mentecatti o più pervicaci, una delirante aggressività in tutti (e sono tanti) i talk show cui i massimi esponenti della Lega sono regolarmente invitati, la abituale violenza delle parole. E poi, last but not least, ecco pronta, improvvisa, la subitanea riscoperta della regina di tutte le frescacce: la nuova edizione del parlamento padano (chiedo scusa: non mi riesce proprio di usare le maiuscole). Roba da chiodi, veramente da chiodi.

Ebbene di tutto questo ciarpame che cosa mi impressiona in particolare? Tante cose mi colpiscono: lo strutturale trasformismo, il mancato rispetto della politica e di se stessi, l’inconsistenza che si trasforma in pura aggressività, la presa per i fondelli dell’opinione pubblica, il vero e proprio disprezzo per il proprio elettorato, la “propaganda” come cuore del pensiero e via discorrendo. Ma una cosa per me appare regina: la fede nel capo, la paura delle esclusioni e delle vendette, il movimento unanime di tutto il gruppo in questo vergognoso tournement:  insomma il “tutti d’accordo” istantaneo. Da Cota (e non mi stupisce) a Maroni (un po’ mi stupisce e un pochino mi dispiace) da Calderoli (l’è lu) a, per finire, tutti quelli che a me danno, quando li vedo sullo schermo, l’impressione fisica, palmare che vorrebbero trovarsi tutto da un’altra parte; quelli insomma che almeno un po’ sembra che si vergognino.

Permettetemi un ricordo personale per approcciare la conclusione che vorrei dare a queste poche righe. Lo studente che, molti decenni or sono, mi precedeva nella sessione di laurea alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, presentava una tesi sulla Cina con il prof. Mario Viora, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici, un insegnamento allora considerato del tutto marginale, ricco di spunti per delle tesi non troppo complesse e che – va a sapere – pareva avesse condotto molti studenti ad arrotondamenti più che cospicui del voto di laurea. Ebbene quel candidato, pur benevolmente interrogato e incoraggiato dal relatore, mostrava chiaramente di conoscere assai poco la materia, di confondersi gravemente e di avere, in buona sostanza, delle idee assai poco chiare su tutto e tutti, tali da far dubitare che a scrivere quella tesi… Ma ecco che a un certo punto, preceduto da un infastidito e sonoro sbuffo vocale, l’autorevolissimo prof. Bobbio intervenne nell’esame, cortesemente ma fermamente, e chiese bruscamente al candidato: “Ma insomma – mi dica – la Cina cos’è: una repubblica, una monarchia o un impero?”. (Ricordo ai più giovani che allora il “capo” della Cina rispondeva al nome, piuttosto noto anche adesso, nientemeno che di Mao Tse Tung). Lo studente dapprima balbettò confusamente e poi in risposta borbottò, un po’ alla Alberto Sordi: “un impero”. Fu subito scandalo, manate sulle cattedre, sbigottimento, fastidio, tenebre. L’emozionato studente, naturalmente, venne illico et immediate ritirato dal relatore.

Ecco cosa volevo dire: la Lega è certamente un impero. Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoverde, il suo nome è Umberto Bossi. Ancora adesso pare proprio che in quel partito non ci sia scampo possibile per chi solo dovesse accennare a un moto di indipendenza, a una sfumatura di dissenso, a un pensiero laterale più complesso; non dico a una ribellione. All’opposto ciò che sfiora la mano del Capo, fosse anche la scrofola, come accadeva in Francia al tempo dei Re Taumaturghi, guarisce, si risana. Una sua paterna carezza è persino in grado di trasformare una trota in un Consigliere Regionale della Lombardia.

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Forse non tutto è perduto…

Questa volta ho da raccontare una storia a lieto fine, una storia che mi ha aiutato un po’ a distrarmi dal pantano quotidiano che offre tutti i giorni una vita civile spesso segnata dall’indifferenza, dall’intolleranza e dalla prepotenza e una vita politica orribile e fetida, che sta letteralmente morendo di cancrena. Ma ho promesso una bella storia e non voglio divagare.

Dunque è andata così.

In data 30 luglio 2011 la società Nivi Credit, che evidentemente si occupa di recupero crediti, mi chiede il pagamento di un pedaggio autostradale di 2,50 euro per una infrazione che avrei commesso sull’autostrada Torino-Milano il 6 giugno del 2008 (no dico: 2008!). Con le varie penalità previste mi viene complessivamente richiesto il pagamento di 9,5 euro (si sa che le macchine amministrative sono sempre inesorabili).

Naturalmente non mi ricordo nulla. Sono un fruitore indefesso di servizi autostradali (con un costo di 6 o 700 euro al mese). La Torino-Milano, con i suoi lavori in corso da secoli e le sue folli tariffe, è una indecenza assoluta… Insomma mi arrabbio, scrivo una letteraccia, la spedisco a Nivi Credit a giro di posta e dichiaro la mia indisponibilità a pagare alcunché.  Come si dice: e che mi facessero causa!

Dopo qualche settimana mi ha risposto il sig. Micotti, responsabile della Qualità delle Nivi Credit (se non ho frainteso) con una lunga, documentata, civile e garbatissima lettera in cui mi ha circostanziato le ragioni sottostanti alla richiesta della sua società. Ne sono rimasto sbigottito: sarà che mi attendevo nessuna risposta o – peggio – una replica sgarbata e minatoria.

Rasserenato e felice di un modo di fare così inconsueto ho testualmente risposto all’interessato:

Gentile sig. Micotti,

Diceva il grande Voltaire: non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la mia vita perché tu possa dirlo.

Il caso qui è un po’ diverso ma mi pare che il contrappasso, tutto sommato, ci stia.

Voglio dire che, al di là del merito e delle buone o cattive ragioni di entrambe le parti, la sua lettera è così dettagliata e cortese, così esemplare nel rapporto tra gestore di un servizio e cittadino/utente, così rara in tempi così “prepotenti”, così pacata e serena, che ogni reticenza viene da me immediatamente dimenticata.

Pagherò e pagherò sollecitamente, senza più pormi alcuna domanda se avevo o meno ragione. Pagherò per la felicità che Lei mi ha dato, e anche per la speranza di un futuro migliore. Lei mi ha insegnato sig. Micotti che … non tutto è perduto…

Ma la corrispondenza è ancora proseguita. Si, perché l’amico Micotti (non riesco ormai – se posso permettermi – che a rivolgermi a lui in questi termini) mi ha scritto l’altro ieri:

Gentile signor Firpo,

la ringrazio della sua cortese e squisita considerazione che, mi creda,  facendo questo lavoro, è davvero gratificante.

Che dire di tutto ciò? Che in me si è riaccesa un po’ di speranza, tanta speranza.

Grazie sig. Micotti. Grazie davvero.

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A proposito della manovra

Il nostro Paese è abituato, ormai da tempo immemorabile, a ricorrenti operazioni di correzione dei conti pubblici, sempre escluse a priori, ma ormai rassegnatamente attese ogni anno, come i compleanni del capoufficio. Tutti noi sappiamo che anche il termine “manovra”, sotto un’aurea lessicale di elevato tecnicismo, in realtà non è altro che un conticino della spesa fatto sostanzialmente, come nelle salumerie di una volta, con la matita dietro l’orecchio e con un occhio attento alla propria “clientela”, perché poi, in fondo, le scelte di fondo hanno da essere e sono politiche.

Penso comunque che il gran parlare che si è fatto dell’intervento ha reso più consapevoli gli italiani sulla gravità della nostra situazione e sulla pusillanime insipienza di chi ci governa. Paradossalmente io penso che, se invece di una manovrina iniqua avessimo avuto una manovrona equa la sua accettazione sarebbe stata assai più forte e, soprattutto, fiduciosa.

È diffusamente noto il fatto che nei cassetti della Presidenza della Repubblica, dei grandi Partiti Politici, di Bankitalia, di Confindustria e di altri think tank esistono ipotesi di manovre non da decine, ma da centinaia di miliardi di euro, forse capaci, per la loro stessa dimensione, di essere persino più eque. Patrimoniali (nonostante la già avvenuta, pesantissima tosatura dei risparmi investiti in azioni che, sulla carta, dovrebbero essere un grande motore dell’economia; ma solo sulla carta), IVA, aliquote, ICI, detrazioni, pensioni, pubblico impiego e chi più ne ha più ne metta.

Come ha detto autorevolmente il prof. Vaciago la manovra che il governo ci ha proposto costringerà ad altre manovre e poi ad altre e ad altre ancora, anche nel breve termine, perché non riuscirà a fermare la speculazione, non sostiene i consumi interni, non rilancia l’occupazione, non mette sul piatto della bilancia un euro per la crescita e ci lascia al fanalino di coda dell’Europa. Insomma la manovra servirà a pagare gli interessi ma non certo a rimborsare il capitale. Anzi gli interessi tenderanno a crescere in un circuito perverso in cui i sacrifici chiesti agli italiani saranno sempre più forti e altrettanto inutili.

Ebbene io penso che questo drammatico loop, per quanto complesso, è compreso dagli italiani, è nella loro esperienza e sensibilità: insomma è ormai un dato sociale e politico. Come sempre ognuno penserà che sarebbe assai meglio se, a pagare saranno “gli altri”, ma che ci sia da pagare, e da pagare tanto, lo sanno tutti o quasi.

Una manovra di altro spessore dovrebbe invece rappresentare per tutti gli interessati un segnale netto, forte e chiaro. Dovrebbe trasferire, con tutti i se, i ma e i riguardi del caso, una quota di ricchezza dalle famiglie (assai più ricche in Italia che in Europa) allo stato (al contrario assai più povero dei suoi vicini) a riduzione del debito pregresso e quindi degli interessi futuri, a sostenere i redditi più bassi e le famiglie, a rilanciare l’industria e i suoi ormai indilazionabili processi di innovazione, ricambio e internazionalizzazione. Insomma ci vogliono un sacco di soldi.

Ma meglio un sacco di soldi per dare una sterzata, per riagganciare la crescita e l’Europa, per rilanciare consumi e occupazione che non queste tasche bucate da cui, ogni giorno, continuiamo a perdere per strada non più solo spiccioli, ma anche banconote.

E il contrappasso etico di un’operazione di questo genere è lì, sotto gli occhi di tutti, evidente: dobbiamo, non più solo capire, ma anche fare qualcosa per restituire ai nostri figli i soldi che la nostra generazione ha loro rubato.

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La Lega alla guida del Piemonte, ovvero: se ci sei batti un colpo

Non ho convintamente votato per Mercedes Bresso alle scorse elezioni regionali. A mio parere infatti il governo della ”zarina” è stato proprio deplorevole, davvero pessimo. Non solo non è stato un governo di sinistra: non è stato proprio un governo degno di questo nome. A mio parere all’insigne carica da lei ricoperta Mercedes Bresso aveva posto sin dall’inizio un preciso obiettivo del tutto privato e non certo pubblico: la sua rielezione. Affarismi, clientele, consulenze, conventicole di potere sostanzialmente elettorali, tartufi più o meno profumati, addirittura ambizioni letterarie, nomine indecenti e via discorrendo hanno rappresentato il collante un po’ puzzolente che ha cupamente brillato su ogni capacità di innovazione, sulla povertà di idee, sulla mancanza di coraggio, sull’insipienza, su una visione angusta dei problemi e delle opportunità della nostra Regione, su qualunque autentico senso di responsabilità.

Prima di chiudere questa ennesima triste, modestissima pagina della sinistra al potere e a conferma di quanto ho scritto poco fa ricordo bene il volto contratto, livido di pallore e di incredula rabbia della “zarina” quando dovette prendere atto – almeno allora – della sua ignominiosa sconfitta ad opera dell’on. Roberto Cota, della Lega Nord, avvocato nella fatal, lontanissima Novara, che aggiungeva al pallottoliere del suo partito una grande Regione del nord ovest.

Personalmente mi auguro che l’addio alla Bresso sia per sempre, però avverto sempre più spesso la necessità di fare qualche domanda al Governatore del Piemonte e alla sua Giunta. Dove siete? Cosa avete fatto o cosa state facendo? Di che vi occupate? Onorevole Cota, mi dicono che lei è sempre a Roma: ciò risponde a verità? E i personaggi non banali che erano entrati in Giunta con un pedigree di tutto rispetto, con un prestigioso passato di amministratori oculati, determinati e capaci dove stanno conducendo la nave?

A parte l’Unione Industriale di Torino quali altri interlocutori avete? Solo in questa sede avete trovato intelligenze e competenze? Oltre che nell’ormai prosciugato bacino degli ex manager FIAT? Altrove nulla? Voglio dire: con quali altri forze, risorse, teste pensanti avete in corso un confronto, un dialogo, qualche approfondimento?

E quali decisioni avete preso di fronte ai tanti e non più rinviabili snodi problematici che giacciono da tempo inevasi sulle scrivanie decisive di Palazzo Lascaris? Quali i fatti?

Tra i temi sollevati dalla Lega in campagna elettorale quello che additava la “zarina” come una nulla facente era condivisibile e dal governo leghista i più si aspettavano forse errori ma certo decisioni. Invece tutto tace e galleggia. Tutto latita nella nebbia.

Allora: Lega Nord, Presidente Cota, Giunta Regionale, se ci siete, battete un colpo, anche solo un colpetto. Dateci un segnale, una lucetta viola nella notte. Parlateci.

E, certo non richiesto, mi permetto un machiavellico consiglio, ispirato proprio alla sagace doppiezza del maestro fiorentino. Fate l’opposto di ciò che sta accadendo a Roma: puntate sulle famiglie e sui giovani, categorie decisive nel paese e per il paese da troppo tempo neglette e silenti.

Io non vi ho votato ma ho guardato con curiosità e attenzione alla vostra ascesa; lo confesso: anche con qualche aspettativa. Sbagliavo? Siete politici come tutti gli altri? Ancora una volta solo poltrone e sottogoverno? State anche voi pensando a come consolidare le vostre rielezioni?

Per ora un sinteticissimo  giudizio totus politicus che si può emettere nei vostri confronti, a mio parere, non può che essere: ahi, ahi, ahi!

 

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Il Minzolini Fan Club

Si, il MFC esiste davvero! Digitate sul vostro motore di ricerca le tre magiche parole e vi apparirà la maschia faccia di Augusto Minzolini, il direttore del TG1, proprio lui, quello degli incredibili spottoni berlusconiani.

Io sono venuto a conoscenza dell’esistenza di questo luogo, non so se solo virtuale o che altro, perché mi è stata girata una delirante mail di uno dei suoi supporter, la cui lettura vi risparmio.

È così, è proprio così. C’è chi crede nella infinita bellezza di una modella, o di una attrice, in qualche cantante, in qualche personaggio dello spettacolo o del jet set, in qualche maitre a penser, persino in qualche testa coronata, e ci crede tanto da fondare o aderire ad una comunità di fan del proprio idolo (si dice proprio così). Ma attenzione: ho scoperto che, a sparigliare le mie poverissime carte culturali in questo campo, ci sono anche i fan di Augusto Minzolini; cioè c’è chi crede in Minzolini al punto tale da renderlo il suo idolo! Credere a e in Minzolini: roba per palati fortissimi. Certo che il detto “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace!” trova nei soci del MFC la più robusta delle conferme.

Ma perché – mi domando – una persona normale dovrebbe aderire a questo club? Perché mai?

Mah! Non ho risposta. Perché è un’anima di destra, superfilogovernativa, tanto ferocemente berlusconiana da amare persino le sue ancelle più disvelate e tristi? Perché non avendo una propria testa preferisce pensare con quella degli altri? Perché pensa che i comunisti, perennemente trinariciuti, stiano per balzare numerosi dalle loro segretissime trincee all’attacco del mondo civilizzato per sferrargli il colpo di grazia? Tutto è possibile ma non ci credo, sono piste perdute, non è pensabile!

Poi ho approfondito e ho scoperto che la Fondatrice del MFC, il suo Presidente e altri tre dei restanti quattro Amministratori sono donne. Una di costoro porta pure il sospettabilissimo nome di Krassimira Kemalova, che potrebbe corrispondere a una rivoluzionaria di tre cotte, oppure a un’agente del NKVD dei tempi di Lavrentij Pavlovic Berija, ma che invece compare su Facebook come autrice di una poesia, tanto devota quanto orribile, in laude di Berlusconi.

Una volta espressa quindi la mia ignorante, maschile solidarietà all’unico Amministratore uomo del MFC, non mi resta che aggrapparmi al debole filo di un’altra ipotesi leggerissima. Che siano la testa rasata, il glauco e magnetico occhio assassino, la figura alta e sottile, la palese dimensione di potere, la fascinazione della evidente competenza mediatica, insomma la virilità manifesta di Augusto Minzolini, le ragioni di tante simpatie e di quell’appartenenza?

Speriamo bene!

 

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Dopo Pontida

Devo dire la verità: ero uno di coloro che da Pontida si aspettava tanto.

Infatti era ed è noto che il Berlusca, col suo look di capelli reinnestati e tinti, con quelle incredibili scarpette rialzate, con quel contorno di miliardi, nani e ballerine, con i suoi festini a base di nipoti di Mubarak, con i suoi compari e sodali dalla dubbia reputazione, non è proprio il massimo per i valligiani bergamaschi e bresciani, per gli efficientisti e laboriosi rappresentanti della PMI, per i fautori del “cambiamento” per direttissima. E poi anche i risultati dell’azione di governo sono percepiti dall’intero Paese, leghisti compresi, come del tutto miserabili. Il rischio sul debito pubblico è avvertito da tutti ed è universalmente attesa la connessa, inevitabile la stangata, col suo bravo  maquillage.

E poi lasciatemi fare una apparente digressione per ricordare che quei tanti ragazzi che a Napoli gettavano sacchi, sacconi e sacchetti d’immondizie a sfasciarsi sulle strade (li abbiamo visti tutti in televisione) dimostravano in modo inequivocabile che la bliezkrieg di Berlusconi su quel cancro era sempre stata una perfetta bufala (siamo in Campania o no?) e che anche il povero De Magistris probabilmente avrà qualche problemino da risolvere con la malavita organizzata locale: speriamo solo, nell’interesse di tutti, che non si riduca a fare la stessa, tristissima fine di Bassolino.

Riprendo il filo del mio pensiero su Pontida. E in cambio di tutte queste sopportazioni che cosa ha avuto la Lega? Nulla, non ha avuto praticamente nulla; anzi: qualche beffa, come il riparto sulle spese sanitarie che, essendo stato fatto, in modo del tutto incompetente, sui costi storici e non su quelli standard, ha favorito proprio le regioni del mezzogiorno e, in particolare, la Campania. Roba da chiodi!

E poi, oltre alla stangata da imbellettare, resterà il trasferimento a Milano e a Monza (?) di quei quattro gatti dei Ministeri senza portafoglio. Una cosa ridicola in assoluto e che diventerà ancor più ridicola quando, per tacitare le grida di Alemanno e della Polverini, si dovrà parlare solo più di Uffici di Rappresentanza. Insomma nient’altro che un altro piccolo spreco all’italiana. E ancora roba da chiodi.

C’è ancora da dire che la bandiera della secessione pare sventolare sempre più debole e lontana. Né potrebbe essere diversamente visto che chi dovrebbe agitarla non impugna il kalashnikov sui monti ma siede invece sui banchi del governo.

E il Paese, vivacchiando alla bell’e meglio, va, non so quanto allegramente, verso una catastrofe annunciata. C’è chi sostiene che solo allora, neanche un attimo prima, si manifesteranno un po’ di resipiscenza e un po’ di saggezza.

Poi, sempre a proposito di Lega, ci sono da registrare le lotte intestine, i veti incrociati, i fedelissimi del Boss, i maroniani, l’incombere della trota, ecc.

Allora a Pontida non è successo niente, proprio niente?

Io non direi. Uno sconquasso in quattro e quattr’otto non era pensabile e infatti non è accaduto. Ma il monolite è evidentemente spezzato su più fronti e fermenti nuovi si agitano al suo interno. E io non credo ci sarà una normalizzazione, o un repulisti verticistico, o  una notte dei lunghi coltelli, o un embrassons nous della coalizione di governo. No: io vedo uno scivolare magmatico, un arretrare, un non decidere e non fare per trovarsi poi di fronte all’inevitabilità (ecco: ora uso la parola reietta) di un quasi necessitato ribaltone 2. Ma forse mi sbaglio e non so dove ho dimenticato la mia sfera di cristallo.

Il fatto vero è che io continuo a sperare – e ora anche a pensare – che questa orrida legislatura non sia destinata ad arrivare alla sua naturale scadenza e che, per il bene di tutti noi, maturino scelte diverse, tanto nel Parlamento quanto nei mercati rionali, sui ponti di comando e nelle stive, nelle fabbriche e nelle scuole, insomma ovunque. Soprattutto dalle parti di Pontida.

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Quorum!

Allora finalmente, dopo molti lustri e tanti referendum abortiti, in questa tornata è stato raggiunto il quorum per tutti i quattro quesiti proposti. Era follia sperarlo ma gli Italiani ce l’hanno fatta.

Lascio ad altri più competenti e informati di me le spiegazioni dettagliate sui flussi di voto, sulle ripartizioni geografiche, sui cluster e su tutta l’infinita materia tecnica che è in corso di approfondimento. Da questa mia piccolissima tribuna non posso che aspirare a dire qualche parola sugli snodi che più mi hanno colpito.

Il voto. La spallata che si è registrata alle amministrative si conferma e si consolida. Le tensioni nell’area governativa sono state immediate e virulente. Il segnale di una pesante sconfitta è stato pesantemente avvertito e subito rinviato al Paese. Il grado di nervosismo della compagine di centro-destra è altissimo e si vede. Anche se ci siamo sentiti dire in ogni sede che le elezioni amministrative non sono politiche e che i referendum sono destinati ad affrontare singoli e specifici problemi, anche il mio cane Lapo, bellissimo ma completamente fesso, ha capito che le cose stanno molto diversamente. Il segnale politico c’è stato, è stato fortissimo e lo sanno tutti.

La mobilitazione. E’ stata di dimensioni enormi e inattese e, ciò che più mi ha dato da riflettere, molto innovativa rispetto al passato. Internet e cellulari l’hanno fatta da padroni, con tutta la carica di modernità e le potenzialità che si portano dietro.

Luigi La Spina ha dichiarato che il 44% dei votanti del PdL e il 40% di quelli della Lega è entrata nei seggi contravvenendo alla esplicita indicazione, sia di Berlusconi che di Bossi, appena mascherata dalla rozza esternazione pubblica una sedicente libertà di voto, di non andare a votare. Anche questo è un dato dirompente.

I giovani. Se fosse vero l’assunto, che io ricavo più da apprezzamenti qualitativi sulla tipologia di comunicazione messa in atto che non su dati oggettivi o numerici, di cui non dispongo, che a far la differenza siano stati i giovani, ne provo un piacere tanto più forte quanto più lunga è stata l’attesa di questa decisiva componente della società civile, da troppo tempo in gran parte assente da una adeguata partecipazione politica. Forse – e finalmente! – i giovani hanno preso coscienza del fatto che la scuola e la formazione universitaria loro riservate (parlo soprattutto per i più bravi e talentuosi) sono assai modeste, che i nati dopo il ‘70 sono praticamente destinati a non avere pensione o quasi, che i loro redditi sono fermi da tempo immemorabile, che solo il 20% del lavoro precario diventa stabile in tempi ragionevoli, che ormai si sta consolidando la tendenza all’ossimoro di una precarietà stabile, che, infine, i poveri e denigrati “bamboccioni”, cioè coloro che dopo i 30 anni vivono ancora con i genitori, sono passati in un decennio dal 16 al 40%, solo questo un dato devastante che di tutto mi parla salvo che di onanismo e discoteche, quanto piuttosto di precarietà, di sfiducia, di vere e proprie impossibilità. Anche Fabrizio Saccomanni, direttore Generale della Banca d’Italia, ha recentemente voluto portare alla luce della ribalta questa così grave situazione

Speriamo quindi che questa onda di movimento, di insoddisfazione si trasformi in qualcosa di più, in qualcosa che possa costringere Augusto Minzolini ed Emilio Fede, non dico a qualche imbarazzo, stato d’animo che proprio non appartiene alla loro razza, quanto piuttosto a qualche nuovo problemino gestionale delle loro indecenti testate.

Belpietro, per parte sua, non ha trovato di meglio che evocare (ormai un topos) la famigerata patrimoniale, nientemeno che nella misura di 30.000 euro a testa, bambini e vecchietti compresi. Tanto infatti ci costerebbe azzerare il debito pubblico in un colpo solo. Poveri noi!

Gli italiani all’estero. La controtendenza è assoluta; il paese, i suoi problemi, le sue opportunità e i suoi governanti sono lontani mille miglia. Con buona pace dell’onorevole Mirko Tremaglia, che ne fu indefesso promotore, il voto degli italiani all’estero si conferma come una gigantesca bufala, una bufala che, in qualche caso, potrebbe essere destabilizzante e pericolosa.

Che succederà adesso? Dello scenario a mio parere virtuoso ho già detto: sarebbe bene, a mio parere, che una larga maggioranza parlamentare rimettesse nelle sagge mani del Presidente della Repubblica la ricerca di una via che ponga fine a questa oscena esperienza berlusconiana, che dura da 20 anni assai negativi, e consenta all’Italia di rimettersi in cammino, almeno per provare a recuperare una parte del terreno che il nostro governo, al di là del suo dinamismo e riformismo di pura facciata, ci ha fatto perdere nei confronti di tutto il mondo, e, in particolare, dell’Europa.

Debbo peraltro confessare che – ahimè – le mie flebili speranze in questa direzione sono tristemente confinate ad una sorta di auto da fè che dovrebbe svolgersi nientemeno che nella torrida atmosfera di Pontida. Mah!

Penso piuttosto che la Lega farà la stupidaggine di presentare al suo elettorato più duro e puro la rivoluzionaria proposta di portare a Milano qualche insignificante Ministero. E anche quella di ridurre le tasse di fronte a un debito pubblico esplosivo, magari aggravando le imposte indirette o rimandando a dopo la legislatura i reali oneri di una manovra collocata nel 2011 per ragioni di pura facciata (ricordiamoci che in questa sventurata ipotesi il downgrading del Paese Italia sarebbe immediato e altrettanto immediato l’aumento del servizio del debito pubblico, con conseguenze difficilmente immaginabili). Come dire che possiamo anche aspettarci una spinta demagogica, neanche troppo mascherata, che ci farà allontanare ancora di più dalla Germania e ci farà avvicinare alla Grecia.

Insomma, non c’è proprio da stare allegri.

Ma, come ha detto con saggezza tutta emiliana Bersani: i problemi sul tappeto saranno pure tanti ma “per ora godo”. Si sa che certi piaceri sono proprio effimeri, ma qualche volta quell’attimo ti tira proprio su.

 

 

 

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Se cade Berlusconi

Allora a palazzo Marino, sul trono della capitale morale, al posto della Moratti e, per di più, con un punteggio tennistico, si è insediato Giuliano Pisapia e, come non bastasse, a Napoli è arrivato Luigi De Magistris, per di più con voto bulgaro. Poi ci sono le sconfitte di Cagliari, di Gallarate, di Novara, della fatal Novara, patria del Presidente della Regione Piemonte e più non vi leggemmo avante.

E adesso – è inutile nasconderlo – tutti aspettano col fiato sospeso l’esito dei/del referendum.

Cosa succederà se il premier alla fine, a causa di tutto ciò dovesse davvero cadere, sconfitto politicamente e indifendibile sotto ogni altro profilo (televisioni e soldi esclusi). Tema tosto, spinoso a cui è assai arduo dare una risposta attendibile. Proviamo solo a ragionarci su.

In primo luogo “l’unto del Signore” potrebbe non cadere affatto. Il personaggio dispone di un numero di vite assai superiore al fatidico sette e la sua storia politica è piena di momenti come questo brillantemente superati lasciando a bocca aperta i tanti che lo davano per morto sicuro. Macché: Berlusconi ha dimostrato di essere assai più vitale dell’Araba Fenice in persona!

Perciò, dopo aver eseguito tutte le scaramanzie del caso, tentiamo di avanzare, molto cautamente, qualche ipotesi, sia sulla forma che sul merito di un ipotetico dopo Berlusconi.

La forma: scioglimento delle camere ed elezioni anticipate oppure incarico ad un nuovo governo?  Come vedremo la differenza non è da poco e il punto è essenziale.

Nel merito gli scenari che si potrebbero aprire sono infiniti (e non tutti proprio idilliaci), ma certamente si proporrà il tema di come rimettere insieme parti del paese e parti della sua rappresentanza politica che sono vissute per vent’anni in un clima di forte ideologizzazione, l’una contro l’altra armata, incomunicabili, lontanissime, piene di reciproci spettri e pregiudizi. Poca testa e molta pancia, come ho ripetutamente scritto.

Io vedo tre possibili principali scenari.

Il primo. Compare all’orizzonte un nuovo leader della destra, un personaggio forte, magari autorevolissimo, forse spregiudicato, un nuovo intatto liberista o un malavitoso allo scoperto, un capopopolo o un grande vecchio, un tycoon o un azzeccagarbugli. Non lo so, non vedo nessuno all’orizzonte ma lasciamo almeno che l’ipotesi sussista: la destra non frana, si cementa, si ritrova, rinasce attorno ad un nuovo capo sufficientemente carismatico da indurla a riprovare il successo avuto con Berlusconi. Insomma, mutatis mutandis, tutto come prima.

Il secondo. Miriadi di topi in fuga dalla nave che affonda. Trasmigratori e voltagabbana in ogni dove. Una grande sagra degli Scilipoti. Tutti naturalmente con armi e bagagli al seguito, figli e cugine, invalidi e ballerine, clientele, aspirazioni, reti piò o meno parentali, prebende, occupazioni di ogni tipo e via discorrendo. Lo scenario è quello delle grandi trattative, dei sottobanchi, del mercato delle vacche e dei polli. In definitiva quello della frammentazione, dell’esplosione.

Il terzo. Il PdL tracolla, la Lega ne prende il posto sostanziale, il Terzo Polo si rafforza. In atri termini questi due soggetti politici, senza più lo spettro dell’orco Berlusconi in veste di onnivoro conte Ugolino, pronto, ove occorresse anche col portafoglio in mano, ad erodere le basi dei “cespugli”, consolidano una loro autonoma e decisamente rafforzata presenza politica. Insomma la destra si cambia d’abito, fa una bella doccia, dichiara chiusa una stagione per riaprirne un’altra più presentabile. La destra prova a rinascere su due gambe: la Lega e il Terzo Polo.

Probabilmente non indovino nessuno degli scenari perché ce ne sono un quarto, un quinto, un sesto, all’infinito. Ma lasciatemi proseguire col ragionamento.

Cosa farà allora l’opposizione, così violentemente coartata per tanti anni?

Assumerà un atteggiamento pragmatico, a la guerre comme a la guerre, cercherà le elezioni anticipate, non baderà troppo al sottile, l’importante sarà vincere ad ogni costo, non farà un esame certosino dei documenti di identità che eventualmente le dovessero venire sottoposti per i timbri di rito, farà conto delle eredità che le sfileranno davanti agli occhi, conterà dracme e sesterzi?

Oppure, più ideologizzata, registrerà con nitida chiarezza alcuni non possumus, dichiarerà quali sono gli esclusi ad ogni costo e dialogherà solo con alcuni e non con altri, non farà conto delle salmerie, succeda quello che deve succedere.

Io, per parte mia, confesso che, in questo clima avvelenato e violento, vedrei con grande sfavore una tornata di elezioni anticipate i cui esiti potrebbero essere davvero nefasti, sia per il loro risultato che per il modo con cui si svolgerebbe la “guerra” elettorale. Spererei invece che, responsabilmente, si formasse una nuova maggioranza in parlamento, cui il Presidente della Repubblica non potrebbe negare il suo consenso.

Una destra che governa la sua crisi, che non frana, che riesce in qualche modo a offrire una immagine credibile alla propria ricollocazione politica (perché di questo si tratta), libera da ogni ruolo ancillare verso Berlusconi, avrebbe la forza di farsi avanti e di proporre un governo tecnico-istituzionale (capisco la diffidenza ma francamente non riesco a vedere un’ipotesi migliore), forse a guida del ministro Tremonti, che ponga fine alla guerra lasciando sul campo solo pochi irriducibili, col coltello tra i denti ma in via di progressiva emarginazione. Un governo che faccia le riforme della decenza (c’è solo l’imbarazzo della scelta: legge elettorale, par condicio e conflitto di interessi in primis, lavoro e precariato, giustizia, fiscalità, welfare, ecc.), quelle condivise da tutti, soprattutto quelle impopolari, e che sappia dare, in un quadro di compatibilità finanziaria, un po’ di slancio alla nostra economia, anche riprogettando e attuando qualche ormai indilazionabile infrastruttura.

Detta così non sembra impossibile ma certo che la via è lunga e tortuosa, irta di pericoli e con un nemico forte, molto forte.

Ma fermi tutti, vediamo prima i referendum.

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Passando per Milano alla vigilia del ballottaggio

Chi vive a Milano forse ormai ci ha fatto l’occhio; ma chi a Milano arriva o ci passa resta basito di fronte alla vera e propria offensiva della campagna elettorale a favore della rielezione di Letizia Moratti a palazzo Marino. Ogni angolo della città, ogni spazio disponibile (e anche qualcuno indisponibile) è occupato da un manifesto, che viene poi continuamente rinnovato, non tanto di approfondimento e apprezzamento del lavoro svolto dalla Moratti nel suo precedente mandato ovvero del suo nuovo programma, quanto piuttosto di vera e propria aggressione nei confronti del rivale Pisapia. Questo primo dato è di per se assai sgradevole. Poi sono da rilevare i contenuti della campagna: gli zingari e le loro baracche (zingaropoli), l’immigrazione, gli islamici, la sicurezza, i comunisti (figuriamoci se potevamo farne a meno almeno una volta!), Milano definita la nostra città, le tasse versus le multe abbuonate. Roba da chiodi, proprio da chiodi. E questi così deboli contenuti non hanno alcuna volontà di essere, non dico sereni, ma almeno razionali. Nessuna, proprio nessuna. Sono manifesti (delle televisioni non so nulla) assolutamente conservatori nel senso etimologico del termine. Ogni ipotesi di cambiamento dello status quo è presentata come un pericolo mortale, come un attentato a valori indiscutibili e condivisi, come una rivoluzione i cui sbocchi non possono che essere gravissimi, addirittura irreparabili. Sono manifesti in cui tutto è volto in negativo e assai raramente in positivo e propositivo. Sono manifesti che hanno l’intenzione, evidente ed esclusiva, di parlare alla “pancia” degli elettori, solo alla loro pancia, di costruire spauracchi, di accentuare antiche paure e di sobillarne di nuove. Posso dirla tutta? L’aggressività, la pochezza di quella campagna mi sembra proprio che voglia prenderci tutti per degli scemi, dei coatti, per delle persone incapaci di vedere e di giudicare, che devono essere eccitate come i tori quando si agita davanti alle loro corna qualche panno rosso, incapaci di prendere decisioni pacate, meditate e consapevoli, decisioni che sono del tutto normali in una normale democrazia. Poi c’è l’aspetto economico. Dietro quella campagna c’è un gigantesco fiume di denaro. Il tema dovrebbe far riflettere: sia per un evidente “in se”, per il significato stesso dei soldi in politica, sia perché troppi soldi – in generale direi, ma soprattutto quando la bilancia pende, in modo così pesante e scoperto, tutta da una parte – rendono anormale ciò che invece, come dicevo, dovrebbe essere normale. Brutta storia. Se Letizia Moratti ha governato bene o male non è un argomento all’ordine del giorno; non è un tema rimarchevole da parte dell’attuale messinscena mediatica. Che la città sia stata guidata per un ventennio dalle forze di destra, oggi così impudicamente scatenate a demonizzare il loro stesso operato, non è un tema su cui valga la pena meditare. E qualche errore deve pur essere stato commesso dall’amministrazione uscente se la Moratti, al primo turno, è andata così sotto al suo avversario. Eppure è così; e non c’è proprio nulla da fare. A meno che, al ballottaggio…

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A proposito del futuro candidato sindaco di Napoli, dott. Luigi De Magistris

Una doverosa premessa, anche per chiarezza: mi accingo a raccontare della persona che mi ha fatto più male al mondo, a mio parere in modo barbarico e ingiusto. Sono quindi senz’altro prevenuto; però so bene di cosa parlo.

Per farlo riprendo e rivedo un pezzo che avevo già pubblicato (necessariamente – allora – in forma anonima) e che commentava la torrenziale lettera con cui l’ex Sostituto Procuratore di Catanzaro si dimetteva dall’Associazione Nazionale Magistrati che – a suo dire – non l’aveva difeso dopo una pesantissima sentenza del CSM a suo carico. Il CSM aveva infatti giudicato che le indagini del dott. De Magistris fossero state frequentemente costellate da continue fughe di notizie che facevano si che quelle indagini si trasformassero anche in intollerabili campagne mediatiche, assolutamente devastanti per le persone interessate. Venne allora dichiarato che il dott. De Magistris lavorava alle sue indagini oltre la legge e al di fuori del processo.

Il dott. De Magistris si occupava in gran parte dei “potenti” e assai poco della malavita organizzata (no, dico: eppure eravamo in Calabria!). Insomma il dott. De Magistris fin da allora sembrava cercare più di comparire sui giornali e in TV che non di assicurare i malviventi alla giustizia (pochissimi).

I poteri di cui dispone un Procuratore della Repubblica sono enormi e potenzialmente distruttivi nei confronti degli indagati – penso giustamente, visti i mezzi che è in grado di dispiegare la criminalità, soprattutto quella organizzata – che possono essere intercettati, pedinati, perquisiti, addirittura privati della libertà personale, e tanto altro ancora. Ma al dott. De Magistris questi poteri non sembravano sufficienti visto che la sentenza del CSM con cui fu censurato, allontanato da Catanzaro e privato dalla funzione di PM faceva riferimento a eccessi e inadempimenti formali (non so come la vicenda andò a finire anche perché poi l’eroe di questa storia si diede alla politica).

La lettera di dimissioni dall’ANM da parte del dott. De Magistris – la ricordo ancora adesso – era un vero capolavoro. In oltre due pagine fittissime, scritte in una assai improbabile sintassi, si ribellava, protestava, accusava, parlava di profonda ingiustizia, di indegne ovvero riprovevoli omissioni e di interventi inaccettabili, di crisi di sistema e di modelli castali, irrideva ai magistrati burocrati, confidava nella Suprema Corte, denunciava l’affievolimento dei principi e dei valori costituzionali non meno che l’attacco alla indipendenza della magistratura, si appellava alla lotta per i diritti. Dichiarava infine che non si sarebbe sottratto per nulla al mondo “ad eventuali dibattiti pubblici” tra lavoratori, operai e studenti; insomma: “invitatemi che sono disponibile”.

Ad ogni buon conto la “visibilità” che il dott. De Magistris ottenne in quegli anni lo premiò perché poi fu parlamentare europeo per l’Italia dei Valori (movimento che non sempre ha dimostrato di saper fare scelte eccellenti) e va oggi al ballottaggio contro Antonio Lettieri per diventare il primo cittadino di Napoli.

Questo è il trionfatore del primo turno a Napoli, un perfetto parente di Berlusconi e dei suo mondo, uno di quelli che pensano che le nostre istituzioni, le sue leggi e le sue regole antiche riguardino solo gli altri. La sponda è apparentemente diversa ma la sostanza mi pare identica.

L’ex Sostituto Procuratore della Repubblica di Catanzaro, un magistrato censurato dal suo stesso organo di autogoverno, proprio lui chiedeva libertà e giustizia per difendersi dal suo processo quando, nell’esercizio del suo pubblico ufficio, aveva disprezzato quella stessa libertà e quella stessa giustizia da chi – poveretto lui! – si difendeva nel processo.

Luigi De Magistris a me pare un uomo del tutto incolore, un prototipo del verboso ospite di Bruno Vespa, un grumo di ambizione, uno stratega del “particulare” suo: cioè un perfetto figlio del nostro tempo, così triste. Se fossi napoletano, domenica 29 maggio, visto che non potrei mai votare un candidato del PdL, andrei al mare.

PS (25.05.11) – Ho or ora saputo che ha formulato il suo appoggio al dott. De Magistris anche l’ex Presidente di Confindustria Antonio D’Amato, il punto più basso mai raggiunto a viale dell’Astronomia. Solo una conferma, appunto. Ve lo ricordate? Era l’uomo che sfrecciando sul suo motoscafo d’altura nel golfo di Napoli, in adeguata, smagliante compagnia, elaborava i termini della sua famosa equazione che qui trascrivo: globalizzazione = competitività = bulgarizzazione dell’Italia (e chiedo scusa ai ottimi bulgari, è solo un modo di dire).

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Il raduno nazionale degli Alpini a Torino

Il raduno degli Alpini mi ha profondamente colpito.

Non tocca a me – altri lo hanno fatto benissimo su tutti i mezzi di comunicazione – dilungarmi sul colore della manifestazione, sull’invasione, sugli incredibili mezzi di trasporto, sulle camicie scozzesi, sui fazzoletti tricolore, sulle tonnellate di cibo e gli ettolitri di vino, sull’ordine, sulla cortesia, sulla amicale cordialità, sui sorrisi pieni e aperti, su tutti quei volti fraterni.

No, voglio solo fare un breve, brevissimo inciso. Anzi due.

Il primo, brevissimo: ma avete visto quanti ragazzi e meno ragazzi del mezzogiorno d’Italia c’erano tra loro? Ne sono rimasto estremamente colpito e mi è restata una ragione di qualche riflessione.

Il secondo, fortissimo: gli Alpini d’Italia mi sono parsi una grande istituzione di questo Paese, una istituzione che tiene, che si autoregola ed è regolatrice, rispettosa e rispettata, con un fortissimo insediamento sul territorio. Una istituzione potenzialmente in grado anche di parlare al Paese, di mostrarsi, di esserci, di rappresentare. Mi sono parsi anche un esempio di autonomia, di libertà e di indipendenza.

Gli Alpini si sono mostrati agli occhi di tutti i torinesi e, nella storia dei loro raduni, di tutti gli italiani come una grande eccellenza del nostro Paese.

Speriamo che Berlusconi, amico com’è delle istituzioni, non ci metta sopra gli occhi e anche loro non facciano una brutta fine.

Ma forse, dopo averli visti all’opera a Torino, penso che Berlusconi se ne asterrà perché, diversamente da tante altre cose e persone su cui ha davvero trionfato, gli Alpini, proprio loro, avrebbero davvero la forza di travolgerlo.

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Lettera aperta a Sergio Marchionne

Illustre Dottore,

io non la conosco personalmente e tutto quello che so di lei e di FIAT lo apprendo dai giornali e dalla televisione e cerco sempre, non senza difficoltà, di digerirlo al meglio.

Non ho alcuna precisa contezza degli enormi problemi che certamente affollano la sua testa e la sua scrivania e quindi, sotto il profilo industriale, non ho molto da dire: certo il riposizionamento di FIAT nel passaggio tra General Motors (compratore fallito) e Chrysler (società acquisita) offre di Lei un’immagine eccezionale, se mi permette quasi diabolica.

Io posso solo offrire alla sua attenzione ciò che potrebbe apparire di questi tempi una serie di particolari del tutto secondari.

A Torino è nata l’automobile e l’industria automobilistica.

A Torino sono nati e cresciuti grandissimi carrozzieri. Vi si sono formate intere generazioni di operai eccezionali. Ricordo un anziano battilastra che, per qualificarsi, aveva dovuto produrre, come d’obbligo allora, il suo capolavoro, rappresentato da un enorme e perfetto uovo di Pasqua costruito, con il solo martello, partendo da una semplice banda stagnata.

Ho un altro ricordo più antico e quindi non di prima mano: quando gli operai del Lingotto, tutti gli operai, girarono compatti la schiena a un comizio di Benito Mussolini affiancato da un imbarazzatissimo Senatore Giovanni Agnelli in orbace.

Rammento poi quei fiumi di operai col giaccone di pelle addosso, il basco in testa e la cartella da cui spuntava una bottiglia di vino “d’ordinanza”, che andavano a lavorare in uno dei tanti stabilimenti della FIAT con una fierezza e un orgoglio paragonabili a quelli di un yuppy d’oggidì. Sul tram, andando a scuola, li guardavo con reverenziale timore e profondo rispetto: quella era gente dura, gente che si guadagnava duramente il suo pane.

Non sia, la prego dottor Marchionne, il liquidatore di tutto questo.

Trovi Lei il modo di salvaguardare un’abbondante essenza di questo poderoso e struggente bagaglio storico. Lei ne ha i mezzi e Lei ne ha la capacità: non lo faccia. Questa nostra città proprio non lo merita.

E oso chiederLe di più Dottore. Lei è la forza e la competenza, Lei è l’esperienza e l’innovazione. Lei deve (mi perdoni il deve) aiutare Torino a conservare un pezzo forte di FIAT e, nello stesso tempo, ad aprirsi al mondo. Solo Lei può farcela Dottor Marchionne. I poteri forti e imperituri di questa città non saprebbero neanche da dove incominciare.

 

 

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La politica come prospettiva occupazionale

Sono candidato alle prossime elezioni per il Consiglio Comunale di Torino, come certifica il simbolo sulla testata del mio blog, e voglio rendervi partecipi di una sensazione, pruriginosa e anche un po’ amara, che ho verificato personalmente in alcuni giovani candidati che ho qua e là incontrato. Parlo di ragazzi che mi sono parsi più che svegli, decisamente attivi e molto, molto determinati.

Proprio la loro età è ciò che mi ha colpito e interessato quando mi furono presentati. E poi devo dire che nelle riunioni politiche e organizzative erano tra i più partecipi e motivati. E così li avvicinai, ci scambiai ancora qualche parola, provai ad approfondire.

Ebbene si trattava di ragazzi che – si intende: per pura passione! – avevano deciso di lavorare in politica, di non credere negli studi superiori, di non ambire ad un lavoro “normale” (passatemi l’espressione) ma di darsi invece una prospettiva professionale, direi occupazionale, proprio in quell’ambito. Di considerare la politica insomma come un vero e proprio lavoro, una carriera come un’altra. Di candidarsi ad entrare in quel corpo sociale che vive – dico economicamente – proprio di politica e che, per ciò stesso, è a carico dei contribuenti, cui dovrebbe dedicare menti acute e operose giornate.

E come dargli torto? In fondo stiamo parlando di un settore economico che comprende molte centinaia di migliaia di addetti e, per di più, di un settore certamente in espansione. Di un’area di attività dove la disciplina del lavoro non è particolarmente severa, gli orari laschi e i controlli molto saltuari. E ancora: di un ramo di attività con prospettive reddituale tutt’altro che da buttare, sia in denaro, sia in natura (almeno pare), sia quanto ai fringe benefits. Insomma una scelta di carriera a bassa rischiosità e dalle prospettive tutt’altro che comuni, anzi: davvero eccellenti!

Non sono più giovanissimo ma devo dire francamente che ero abituato alla politica come punto di arrivo, come mezzo e non come fine, come prestito di sé alla vita civile e non come un job. Insomma quei ragazzi, nel loro apparente dinamismo, mi sono parsi un mix di tristezza e di cinismo, quasi un pericolo.

 

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Ma davvero non si può fare qualcosa per il nostro esercito di precari?

A me sembra davvero impossibile.

Non sono un tecnico e non mi avventuro sul delicato terreno giuridico, che certamente è implicito in ogni ragionamento sul tema, e da cui sarebbe comunque lecito aspettarsi molti spunti. Vorrei invece provare a fare qualche riflessione su un terreno diverso: quello della solidarietà sociale e, quindi, della stessa coesione sociale.

Il quadro è chiaro. I lavoratori cosiddetti “fissi”, cioè a tempo indeterminato, categoria numericamente in calo, sono dotati, anche come risultato di tutte le battaglie sindacali del secolo che ha preceduto la globalizzazione (che, tra l’altro, ha anche significato l’immissione di alcune centinaia di milioni di nuovi soggetti nell’offerta di lavoro), di una serie di garanzie non banali: le ferie, la malattia, i permessi sindacali, gli straordinari, gli scatti di anzianità, la maternità, le liquidazioni, le pensioni, la cassa integrazione, gli ambienti di lavoro, la sicurezza e via discorrendo. Anche se il reddito in termini reali di questa categoria di lavoratori è venuta diminuendo sensibilmente negli ultimi lustri si tratta pur sempre di un complesso di garanzie tali da rappresentare ancora un forte stato sociale, la sostanza di ciò che è definibile come un welfare.

Ma vediamo il rovescio della medaglia.  A fianco di questi lavoratori protetti, spesso nello stesso ufficio, lavora qualche membro di quell’esercito di milioni di precari (categoria numericamente in crescita) che invece non dispone neanche lontanamente di quelle garanzie. E non si tratta di bruscolini: parliamo di poco meno di 4 milioni di persone che, per quasi il 60%, hanno tra i 25 e i 44 anni (una fascia enorme in viaggio verso l’irrecuperabilità) e in cui i diplomati e i laureati sono oltre il 50%.

Come tutti sanno si tratta di persone che hanno stipendi di norma più bassi, che vengono licenziate a luglio e riassunte a settembre, che non avranno mai – dico proprio mai – una pensione (contribuendo invece alle pensioni dei più avvantaggiati), che non possono avere figli o contrarre mutui, che non dispongono di alcun ammortizzatore sociale, che vivono in una perenne ansia del loro più immediato domani.

E i sindacati cosa fanno (e penso soprattutto alla CGIL) per questa valanga di lavoratori? Nulla, niente di niente. Girano semplicemente la testa da un’altra parte e fanno finta di non vedere questo scempio. Al più si rammaricano. Del resto la gran parte dei loro iscritti sono lavoratori “fissi” e pensionati.

E se invece qualcuno provasse a dare l’esempio? Se proprio i lavoratori “fissi” rinunciassero a qualche giornata di ferie o a qualche istituto di contorno di inessenziale valenza ma oneroso per le aziende? Se ai pensionati che percepiscono più di x si chiedesse un contributo di solidarietà? Davvero in questo caso Confindustria starebbe a guardare e non ci sarebbe possibilità alcuna di stimolarla, di condurla a un tavolo, di coinvolgerla sul terreno rigoroso del comune interesse alla coesione sociale? Ma è impensabile puntare a costruire col contributo di tutti un fondo di un paio di miliardi di euro che rappresenti una fondata ragione di sicurezza per i precari? E poi non vi pare che ci debba essere un quadro normativo che non consenta il precariato a vita?

Perché un percorso come questo (tutto da mettere a punto, naturalmente) è impossibile? Ma non è invece puro buon senso?

Sappiamo tutti che sono finiti i tempi in cui tutto e tutti crescevano? Che oggi si tratta di togliere ad alcuni per dare ad altri? Ma – mi domando – non è questa l’essenza stessa dell’agire politico? La mediazione degli interessi, la promozione del bene collettivo, l’equità nelle scelte strategiche?

 

 

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Compagnia di San Paolo

Nel 2010 la Compagnia di San Paolo ha erogato oltre 122 milioni di euro su quasi 700 interventi. Un bel gruzzolo in questi tempi di vacche magrissime! Eppure, mi chiedo, qualcuno si è accorto di qualcosa? O meglio qualcuno può rammentare un intervento della Compagnia che abbia effettivamente inciso sulla competitività e attrattività del nostro territorio? A me viene in mente ben poco.
Il tema qui non è quanto si è capaci di spendere, ma come si è capaci di spendere, con che ritorni, con quali benefici (raffrontati con i costi sostenuti) e qui la trasparenza dell’informazione mi sembra assai opaca. Questo a Torino è un tema tabù, nessuno ne parla.
Non dubito che la Compagnia finanzi molti progetti validi e utili ma rimango scettico sul risultato complessivo del suo investimento da 122 milioni sul territorio.
Faccio un esempio: con poca spesa si potrebbero finanziare alcune cattedre universitarie aperte ai migliori professori di fama italiana e internazionale, i nostri atenei ne guadagnerebbero immediatamente in competitività e attrattività con benefici diffusi per la nostra città invece si assiste al finanziamento di tanto provincialismo a vantaggio di pochi privilegiati in enti strumentali della Compagnia spesso in sovrapposizione con le funzioni dell’università. Penso al Collegio Carlo Alberto, all’International University College, a quell’ente misterioso di nome SITI. Solo su questi tre “orticelli” la Compagnia investe oltre 5 milioni di euro all’anno intanto la qualità delle nostre università continua ad essere in caduta libera!

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Un ricordo personale

La mia famiglia si è sempre collocata in uno scenario laico e liberale, rispettoso delle appartenenze ma orgoglioso della sua capacità critica. La politica a casa mia è sempre stata una buona cosa, una cosa di cui occuparsi.

Le istituzioni erano sacre, i padri costituenti ragione del più profondo rispetto, i politici per buona parte uomini da rispettare.

Quando andavo all’università nella mia facoltà conobbi professori di altissima qualità, vere grandi personalità che poi divennero parlamentari come il giurista Giovanni Conso, il costituzionalista Leopoldo Elia, l’economista Francesco Forte, il penalista Marcello Gallo, l’economista Siro Lombardini. Per non dire di Norberto Bobbio, poi senatore a vita.

Mio padre fu tra questi, un po’ dopo.

Ebbene io ho ancora davanti agli occhi la stagione di quell’unico e tardo mandato parlamentare che mio padre non riuscì a portare a termine: rammento la sua insoddisfazione, la sua noia, anche la sua umiliazione per non contare nulla in un’aula in cui, in maniera del tutto prevalente, a nugoli di peones non era chiesto altro che di andare a schiacciare un tasto (magari non solo per se stessi) o a depositare il voto in un urna perché il parlamento ratificasse nella forma un provvedimento che era stato deciso del tutto altrove. Fu per lui un periodo di vera frustrazione.

Ma questo cattivo ricordo a me sembra musica rispetto alla orrenda e oscena realtà attuale. Il recente voto del Parlamento sulla opportunità da parte del premier di sostenere la nostra politica estera fornendo protezione alla presunta nipote di Mubarak è proprio cosa inascoltabile e inguardabile. Uno dei punti più bassi della storia repubblicana.

E Luigi Firpo non si sarebbe fermato un minuto di più.

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