Appartengo tuttora alla categoria dei supporter più entusiasti del governo Monti e del suo dolce stil novo. Fuori gioco, per ora e spero per sempre, i La Russa, i Gasparri, i Bertolaso, i Calderoli & C. ho esclamato – e confermo – W i tecnici, W la professionalità, W la serietà e W la rettitudine. Aggiungo che i primi passi d questo governo sono stati per me davvero esaltanti, sia sotto il profilo delle scelte di merito che sotto quello della forma, niente affatto secondaria, ispirata ad una eccitante sobrietà. Il popolo italiano ha felicemente accolto i pesantissimi sacrifici subito annunciati e prontamente attuati. Tutti abbiamo compreso e condiviso che si stava intervenendo pesantemente, con scelte quasi obbligate, in via d’urgenza e dove si poteva, per salvare il paese da un indecoroso, drammatico fallimento.
Ma devo esprimere un po’ sconcerto sul fronte della tanto annunciata fase due dell’azione di governo, quella volta alla crescita, senza la quale i grandi sacrifici richiesti a tanti cittadini italiani viene a perdere non piccola parte del suo stesso significato. Anzi, quando ho sentito l’inespressiva, quanto autorevole, voce del Presidente Monti annunciare che, per finanziare la Protezione Civile, aveva pensato a una nuova accisa di 5 centesimi al litro sui carburanti, non mi sono sentito tanto bene.
Sento insomma che l’hic et nunc degli italiani, soprattutto di quelli che le tasse le pagano per davvero, non è quello che vorrei. Le riforme sono pensate per il lungo termine, sono profonde, incideranno in modo decisivo nello stesso tessuto culturale del paese, aiuteranno i giovani a…., ma intanto il Paese sta morendo, i risparmi di generazioni si vanno estinguendo, le aziende stanno chiudendo accrescendo in tal modo il maelstrom recessivo. Parlando proprio alla buona queste sono le cose che mi vengono in mente.
- Mi pare che sul rilancio della spesa per opere infrastrutturali sono tutti d’accordo: se ne parla da tempo e i fatti sono proprio pochi. Occorrerebbe dare finalmente l’annunciato boost al motore nei tempi più rapidi.
- Credo sia molto importante (oltre che altrettanto equo) detassare da subito i redditi più bassi: foss’anche in maniera simbolica all’inizio, ma andrebbe fatto. Si potrebbe alzare ancora qualche aliquota sui redditi più alti, prelevare un contributo di solidarietà sulle pensioni di una certa rilevanza, intaccare qualche privilegio dei parlamentari, ridurre dell’x%, al buio, tutte le consulenze pubbliche a pena della certezza di un loro mancato rinnovo, dare finalmente corpo alla spending review e adottare subito dei provvedimenti positivi. Con 800 miliardi di spesa pubblica è evidente che il nodo risiede principalmente su questo fronte. Del resto il settore privato ha dovuto e deve continuamente ristrutturarsi per rimanere al passo coi tempi mentre l’innovazione, la riorganizzazione e l’adeguamento dei processi nel settore pubblico languono ab aeterno o giù di lì?
- Sulla riforma dell’art. 18 si è fatto un gran pasticcio e, soprattutto, tanto fumo per nulla. Il vero problema del lavoro, a mio parere, risiede nel gigantesco squilibrio tra i giovani precari e i lavoratori garantiti. Un problema crescente, che premia le aziende più ‘furbe’ e punisce le più corrette e che lascia aperto anche un preoccupante terreno di scontro sociale nient’affatto da sottovalutare. La mia testa arzigogola su questa idea: ma non si potrebbe mettere sul tavolo qualche soldino pubblico, bussare leggermente alla porta di Confindustria e anche chiedere qualcosina ai lavoratori garantiti (che so: un paio di quei tanti giorni di ferie che ormai più nessuno riesce a fare) e su queste risorse cercare una convergenza verso un progetto riformatore innovativo, di vero respiro?
- Credo che le imprese, quelle che investono, che assumono, che si internazionalizzano meriterebbero sforzi seri e un autentico sostegno, a partire dall’IRAP.
- Un altro punto nodale è quello che riguarda il gigantesco debito pubblico che si è accumulato nei confronti del settore privato, una somma da capogiro, oltre che una situazione insostenibile ed iniqua. Anche su questo tema io credo che occorrerebbe un segnale adeguato, almeno un segnale.
- Sull’osceno fronte dei rimborsi elettorali/finanziamenti ai partiti un provvedimento sarebbe emblematico più ancora che opportuno. Forse le forze politiche che siedono in Parlamento e sostengono il governo potrebbero essere tentate di fargli lo sgambetto ma io credo che in tal caso l’Italia tutta, isole comprese, sarebbe disposta a scendere in piazza.
- Sappiamo tutti che la lotta all’evasione resta il problema cardine. Occorre procedere speditamente, accentuando l’azione del governo, che ritengo sia stata al tempo stesso concreta e immaginifica. Senza equità la legittimazione dell’evasione diventerà ancora più endemica di oggi e temo che potrebbe addirittura prendere corpo il minacciato sciopero fiscale (spero proprio di sbagliarmi).
- Alienazioni del patrimonio pubblico 1. Nella mia città e di primo acchito mi vengono in mente ben tre caserme (l’amministrazione della Difesa mi perdoni) in aree spettacolari della città (corso Unione Sovietica, via Asti e via Cernaia) che io credo troverebbero subito acquirenti. Non ho ragione di dubitare che sia così in ogni provincia italiana e non solo, evidentemente, per gli immobili della Difesa. Sarebbe questo un criterio diverso dalle complesse e interminabili procedure usate sino ad ora. Perché non esitare il patrimonio dello Stato selezionandolo sulla base della sua immediata vendibilità? A me non parrebbe una cosa impossibile. I Fondi immobiliari al mondo non sono certo pochi; si potrebbe davvero fare in fretta.
- Alienazioni del patrimonio pubblico 2. Mi piange il cuore a dire quello che sto per dire, ma quelle decine di migliaia di opere d’arte che da innumeri lustri giacciono invisibili nei caveau dei nostri musei non potrebbero essere anche in minima parte vendute? Sembra una bestemmia, lo so, ma penso anche che alcuni musei di arte italiana nel mondo (non so: nel BRIC, in Giappone, in Canada, dove altro?) non potrebbero che fare del bene alla nostra immagine e al nostro export. E restituirebbero anche ad un pubblico godimento delle opere d’arte che, loro stesse per prime, non avrebbero mai creduto di meritare l’amaro destino loro toccato. E poi, in cauda venenum, si preserverebbero definitivamente quei grandi capolavori da inondazioni e bombe mafiose.
- La Banca Centrale Europea ha, come si usa dire con macabra espressione, ‘iniettato’ una grande massa di liquidità nel sistema bancario europeo, mi pare 250 miliardi di euro, che non sono bruscolini. Le banche pagano alla BCE l’1% di interesse e che fanno a loro volta? Reimpiegano in titoli di stato, sostengono il debito sovrano e intanto, col differenziale degli interessi, si patrimonializzano. Ma, così operando, per il credito alle imprese non restano che le briciole. Insomma, come è possibile che le più fondamentali esigenze del mondo produttivo siano così neglette? Un vero disastro. Sul fronte delle banche qualcosa andrà pur fatto; che so: stipendi normali, riduzione di sprechi, abolizione dei Consigli di Sorveglianza, qualche seria ristrutturazione. E poi se ne dovesse saltare una per aria, foss’anche la più antica, non sarà mica la fine del mondo!
- E, per restare nei paraggi, devo dire che a me fanno venire degli insani appetiti gli enormi patrimoni delle Fondazioni bancarie, il cui reddito viene di norma sprecato in mille rivoli inutili, nel sottobosco di parenti e amici e nel sostegno indiretto alla politica. Si spendano pure – anzi: penso che sia doveroso – i denari provenienti dalle Fondazioni bancarie nelle stesse regioni da cui essi provengono, ma non si potrebbe concentrare la spesa sulla negletta assistenza sociale, sui grandi investimenti per la sanità, sui più importanti beni culturali. Un uso massiccio e non frammentato, continuo e non casuale, mirato e non dispersivo, duraturo e non episodico, di queste ingenti risorse sarebbe assai più utile per le collettività dei territori di quello attuale.
- Per finire mi viene in mente un pensiero del tutto provocatorio. Perché non affrontare il tema degli sterminati beni della Chiesa? Ma, per questo, ci vorrebbe Napoleone Bonaparte.